Photoshop si. Photoshop no.

Qualche giorno fa sono stati svelati i vincitori del World Press Photo.
Ovviamente questo ha dato il via ad un sacco di polemiche anche per la scelta delle immagini troppo cruente.

Ma ciò che ha scatenato maggiormente fotografi professionisti e non, è stata la foto di Paul Hansen.

Emblematico l’articolo di Michele Smargiassi:

           “La polemica si fa più sottile. Sotto accusa è lo “stile” che un uso eccessivo dei “pennelli elettronici” di Photoshop o di Lightroom imporrebbe al lavoro dei fotogiornalisti, allontanandolo dalla testimonianza visuale. Quell’abbondanza di dettagli nitidissimi in una situazione movimentata. Quella luce calda che piove da sinistra, sui volti, scaturita da chissà dove, in un vicolo stretto e buio. “Per un attimo la luce è rimbalzata sui muri della stradina”, ha spiegato Hansen al New York Times. “

Tra me e me ho pensato che la giuria del concorso non è composta da sprovveduti, condannare l’uso di qualche artificio per drammatizzare l’immagine (già drammatica di suo, per carità) suona tanto come andare incontro alla naturale evoluzione del mondo della fotografia. In contromano però. E’ già stato sviscerato più e più volte l’argomento e si sa che anche ai tempi della camera oscura si utilizzavano tecniche di ritocco. Anche Smargiassi stesso lo ricorda nell’articolo:

            “Cosa spinge i fotoreporter, cacciatori di “storia presa dal vero”, a pigiare sul pedale dell’effetto scenografico? In verità, l’aggiustamento “dopo lo scatto” non nasce con la fotografia digitale, eroi del fotogiornalismo come Eugene Smith entravano in camera oscura con un negativo e ne uscivano con una stampa ben diversa. Nel film War Photographer una sequenza mostra l’accanita pazienza con cui James Nachtwey, il più accreditato erede di Bob Capa, ristampa decine di volte un negativo, mai contento dei toni. Ma erano casi singolari. Oggi è la docilità un po’ standard dei software di fotoritocco a stimolare il nuovo pittorialismo? È vanagloria tecnicamente assistita?

Spulciando poi il sito di Paul Hansen ci si può rendere conto che questo tipo di ritocco e abbastanza tipico delle sue fotografie e di certo lo preferisco all’uso ed abuso dell’effetto “Dave Hill” che troppo spesso vedo utilizzato.
Ho pensato così che questo stile fotografico potesse essere personale, che lo distinguesse da altri professionisti, in questi campi si tende a cercare l’unicità, l’essere riconosciuto.

              “Roberto Koch, fondatore dell’agenzia Contrasto ed editore, ha una spiegazione più prosaica: “È la disperata ricerca, da parte dei fotoreporter, di modalità per affermare il proprio ruolo, la propria necessità a un’editoria e a lettori che sembrano non aver più bisogno di loro”. Si stilizza per essere accettati da una cultura visuale dominata dalle estetiche della moda e della pubblicità. Effetti speciali per “bucare” l’indifferenza mediatica che stritola la fotografia di reportage.”

Questo significa che probabilmente andando avanti ci ritroveremo a vedere premiate foto sempre più estreme, sia dal punto di vista della scena ritratta sia dal punto di vista del ritocco. Per superare il limite di sterilizzazione mediatica che il pubblico ha subìto con gli anni, essendo sottoposto ogni giorno ad immagini cruente.
Sembra il solito luogo comune ma è così, ci si abitua a quello che ci viene propinato tutti i giorni. E infatti:

           “E se fosse un boomerang? “Io non l’avrei fatto, anche se non c’è nulla di eticamente scorretto nel trasformare in un dipinto il funerale di due bambini”, premette Pietro Masturzo, ultimo italiano ad aver vinto il WPP, nel 2010, “il problema è che ora lo fanno tutti, con gli stessi strumenti, lo stesso stile, e il risultato è che, Gaza o Siria o Haiti, le foto sono ormai tutte uguali. Peggio ancora, rendono uguale quel che raccontano. Io sono tentato di tornare indietro di vent’anni, al bianco e nero e alla camera oscura… “.”

Quindi siamo di nuovo al punto di prima, ad una nuova svolta verso il fondo, verso il torbido, verso l’estremizzazione dell’immagine.

In soldoni. A me la foto piace moltissimo, anche perchè le modifiche apportate da Hansen hanno veramente contribuito a rendere l’immagine più d’impatto. La polemica non sarebbe stata così furiosa se la foto non avesse ritratto una scena così catastrofica. Ma questo è il fotogiornalismo. Parla di catastrofi, di drammi, di morti. A cui noi ci siamo abituati e quindi chi di dovere deve per forza trovare un modo per rendere più efficace e comunicativa l’immagine. Appunto tramite il fotoritocco.
Diversa questione riguarda il premiato al concorso National Geographic 2012, Harry Fisch.
La giuria ha premiato questa fotografia

Harry Fisch – 1st prize.

Ma come originale alla redazione è arrivato questo

Harry Fisch – immagine originale

Non vedete grandi differenze immagino. Pure io la prima volta che ho visto le due foto mi ci è voluto un po’ per capire.
Guardate a destra, nella foto originale c’è un sacchetto o un sasso, qualcosa di impercettibile. Fisch l’ha eliminato con Photoshop contravvenendo al rigido regolamento del concorso e la sua foto è stata perciò squalificata.

“La vicenda non termina qui però perché Fisch scrive alla rivista la sua opinione, ovvero che l’eliminazione del sacchetto non modifica a suo parere la natura dello scatto (cioè ciò che la rivista vuole preservare). Il photo editor gli risponde che, essendo intervenuto digitalmente per rimuovere il sacchetto, ha infranto le regole del concorso, cosa che non sarebbe accaduta se avesse invece tagliato la foto sulla destra.”

Io mi chiedo, se il sacchetto non modifica la natura dello scatto, perchè l’ha tolto sapendo i rischi che avrebbe corso?
Non fraintendetemi, non sono contro al fotoritocco e credo che togliere il sacchetto abbia alla fine migliorato (in modo impercettibile) la fotografia. Però il regolamento del concorso è quello e finchè non si decidono a cambiarlo va, anche se a malincuore, seguito alla lettera.
Altrimenti gli altri che hanno seguito le regole sono tutti stronzi (mi sono giocata la credibilità con questa frase).

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